Fino a qualche anno fa sarebbe apparso inappropriato, forzato, se non grottesco parlare di industria culturale.

Nell’immaginario collettivo, ma ancor prima nell’idea di chi la produceva e la fruiva, la cultura era qualcosa di pochi, riservata a pochi. O, per usare le parole di Marco Cammelli era un insieme di istanze etiche ed estetiche elitarie.

L’industria, viceversa, era il motore produttivo vero, reale, concreto, che creava economia e generava lavoro per molti.

Anche con il passaggio alla società dei servizi, la cultura è rimasta un mondo a sé, in cui all’allargamento del pubblico non è corrisposto uno sviluppo dell’offerta che fosse indipendente dai finanziamenti statali, regionali o comunali.

E’ stato solo con la forte contrazione dei contributi pubblici, avvenuta in particolare negli ultimi 15 anni, che si è palesata un’evidenza: i beni e le tradizioni culturali non sono un di più, sacrificabile in tempi di vacche magre, ma sono pian piano entrati nella vita quotidiana di molte persone come un’elemento irrinunciabile, identitario.

In questi anni, quindi, parole come industria e impresa culturale hanno cominciato a farsi strada, specialmente tra chi si affacciava in questo mondo e aveva a che fare con le tecnologie che ne hanno amplificato e ingigantito la diffusione.

Tale situazione ha ovviamente generato attenzione tra investitori privati e portatori di interesse, che hanno visto con lungimiranza le potenzialità di questo nuovo mercato, sia in termini economici che di benefici indiretti in termini sociali, di vivibilità e di rigenerazione urbana.

A questa attenzione però, non si è ancora riusciti a dare una risposta completa e compiuta. Ci sono stati molti esempi virtuosi, ma siamo ancora abbastanza lontani dal costruire un sistema culturale solido.

La diffusione e il coinvolgimento di nuovi pubblici, che prima non avevano accesso ai beni culturali, la sfida della conoscenza diffusa e della consapevolezza, quella dell’equilibrio tra valore intrinseco e strumentale della cultura (perché, per chi o per cosa stiamo facendo cultura), quella dell’emersione di nuove professionalità sono sfide ma costituiscono anche opportunità formidabili di sviluppo.

Occorre che chi oggi fa cultura tenga sempre presente alcuni nodi fondamentali: saper leggere il contesto, con i suoi punti di forza e di debolezza e saper valutare e misurare il proprio impatto, sociale, culturale, economico, turistico, territoriale; costruire reti ed alleanze, mettendo a sistema esperienze e risorse; avere visione progettuale a medio-lungo termine; saper costruire progetti di qualità e fuori dal canone; saper comunicare e rivendicare il valore generato.

Alla luce di queste considerazioni, non risulta quindi improprio cominciare ad utilizzare il termine industria, in quanto sistema solido, capace di stare sul mercato e di generare sviluppo.

In un mercato così mutato e, potremmo dire vergine, non può che cambiare completamente anche il ruolo della Pubblica Amministrazione: da soggetto centrale nella produzione culturale, deve farsi cabina di regia, avendo forte progettualità e idee chiare; essere in grado di leggere criticità e bisogni del territorio, ascoltare e dare linee generali, senza però entrare nella vera e propria operatività, lasciando invece ai soggetti del settore il compito di dare le risposte più adatte.

Deve favorire l’incontro tra soggetti diversi, incentivare le partnership con investitori privati, garantire l’accesso a tutti coloro che sono storicamente stati esclusi dalla fruizione culturale.

Si ringraziano per gli importanti spunti Alessandro Bollo, Marco Cammelli e Filippo Del Corno

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