Prefettura, Istituzioni locali e terzo settore, devono siglare una Carta della buona accoglienza che definisca i requisiti minimi di qualità.

Africa, Medioriente, sud del Mediterraneo, tanta parte del mondo a noi geograficamente più prossimo, è lacerato da crisi umanitarie di proporzioni storiche. Guerre e disperazione sono il quotidiano di milioni di uomini e donne. Siamo in presenza pertanto di un esodo che finirà soltanto quando e se tali drammatici scenari saranno positivamente superati. Non è un’emergenza, bensì una condizione strutturale.

E’ pertanto evidente che la grande e inevitabile sfida dell’accoglienza NON può più essere affrontata con modalità emergenziali, con centri dai grossi numeri o profughi parcheggiati in un alloggio senza nulla da fare tutto il giorno. E’ un modello inaccettabile e poco dignitoso, sia per chi viene accolto sia per chi accoglie.

Si tratta, ove possibile, di favorire la diffusione dei progetti Sprar.

Una normativa nazionale NON all’altezza del problema rischia inoltre, se non si pongono almeno correttivi a livello territoriale, di produrre clandestinità e consegnare parte dei profughi ad una criminalità sempre pronta ad approfittare della disperazione.

NON si può affidarsi semplicemente alla buona volontà di tanta parte del terzo settore, che fino ad oggi ha evitato l’esplodere di conflittualità sociali e il dilagare di situazioni di abbandono. Occorre imporre un modello di accoglienza diffusa, fatta di piccoli nuclei integrabili con il territorio. Un’accoglienza di qualità in cui gli operatori sociali possano garantire una permanenza all’interno delle strutture, corsi di lingua, messa a disposizione di primi rudimenti civici e culturali, attività di volontariato in collaborazione con le reti di cittadinanza attiva e formazione professionale.